

Roma, 24 feb. (TMNews) - Comunque andrà a finire, in Libia "non
ci sarà nessuna democrazia, almeno non nel breve termine". Parola
del politologo newyorkese Benjamin R. Barber, ex consigliere di
Bill Clinton e autore di saggi come 'Guerra santa contro McMondo'
(Tropea) e 'Consumati' (2010, Einaudi). Lo stesso Barber - prima
di rassegnare le dimissioni all'inizio della settimana - era un
eminente membro dell'International Board della 'Fondazione
Gheddafi', la discussa ong presieduta dal secondogenito del
leader libico Saif Al Islam.
"Già in dicembre - racconta Barber in un'intervista a TMNews -
con un consiglio di amministrazione straordinario a Londra
avevamo preteso che la fondazione rinunciasse a ogni iniziativa o
presa di posizione politica ambigua, che si concentrasse sui
progetti di assistenza umanitaria e di sviluppo per l'Africa.
Dopo l'aperto sostegno di Saif all'azione repressiva del regime,
con l'intervento alla tv domenica scorsa, la situazione è
diventata insostenibile".
Anche il direttore della fondazione, il libico Toussef Sawani si
è dimesso in queste ore "mettendo a rischio la propria vita" fa
notare Barber. Per lui "la scelta di Saif di allinearsi al padre
dopo anni di impegno sincero sulla via delle riforme e della
promozione dei diritti - non tutti lo sanno ma la Oxford
University Press lo aveva sotto contratto per tradurre due libri
sulla società civile e le riforme nei paesi in via di sviluppo! -
rappresenta la dissoluzione dell'unica speranza di transizione in
senso riformista, se non democratico, del paese".
A questo punto le premesse sono d'obbligo: "Gheddafi non è
Mubarak, o Bashar al Assad, non appartiene alla seconda o terza
generazione di eredi di quelle che furono dittature
rivoluzionarie. E' lui ad aver fatto la rivoluzione - ricorda
l'analista - è Gheddafi il padre della nazione come lo fu Nasser
per l'Egitto, come è Castro per Cuba, quindi la sua retorica
rivoluzionaria, giudicata incoerente o semplicemente folle dalla
modernità, ha radici autentiche nel passato coloniale, imperiale,
socialista della Giamahiria".
Il secondo elemento chiave della lettura di Barber è l'ormai
stracitato fattore tribale. "Gheddafi è anche il leader di un
clan, e questo in una regione tribale assume un significato
politico rilevante". "E' stato da membro del clan dei Kadafa che
Saif al Islam Gheddafi ha giurato onore a suo padre domenica,
nonostante la sua storia recente di sincero riformista e
difensore dei diritti umani in Libia. Il sangue purtroppo l'ha
avuta vinta sui principi" sentenzia il politologo, promotore di
'Democracy Collaborative' (una rete internazionale di università
e ong che opera per rafforzare gli ideali democratici).
In quest'ottica quella del leader Gheddafi - che ancora oggi si è
rivolto al suo popolo in un collegamento telefonico con la tv
libica - è una "lotta per la sopravvivenza dell'unità della sua
Giamahiria, della rivoluzione democratica popolare ma anche una
guerra tribale per difendere l'onore del suo clan, i Kadafa,
contro i rivali dell'est, come i Zuwayya, che tentano di
rovesciarlo da decenni". Il colonnello resterà in sella? "Le
chance sono poche - dice il politologo Usa - ma se Gheddafi cadrà
lo farà da martire, non perché scapperà alla volta di qualche
comodo esilio. Lui e il figlio lottano per difendere l'unità
della Libia contro le forze della disintegrazione".
L'alternativa è "caotica, uno scenario di instabilità che non
porterà alla democrazia, almeno non nel breve termine". In questo
senso gli interessi italiani sono particolarmente a rischio,
ammette Barber, perché "Berlusconi è visto dai rivoltosi libici
come un amico di Gheddafi". E invece, proprio in virtù del
particolare rapporto storico-politico ed economico che lega i due
paesi, l'Italia "potrebbe giocare un ruolo nella transizione del
paese verso riforme democratiche, di cui il popolo ha un reale
bisogno". Per l'analista, da parte italiana si tratterà di
"seguire gli eventi, dimostrarsi amici del cambiamento invece che
del Colonnello, e chissà, forse l'Italia potrà dire la sua nella
futura Libia democratica. Ma non è certo questione di giorni -
insiste Barber - se la democrazia riuscirà ad arrivare anche in
Libia, sarà solo fra qualche anno".

